Fonti normative

La nozione di bene culturale

La disciplina dei beni culturali – seppur inizialmente con la limitazione alle sole opere d’arte – è risalente nel tempo, essendo da sempre percepita l’esigenza di assicurare a quella categoria di beni a vocazione “culturale”, perché simboli di percorsi ed eventi umani, una tutela rafforzata sottraendoli, in nome di un superiore interesse alla loro conservazione e fruizione collettiva, allo statuto ordinario dei beni comunemente intesi.

Si impone dunque, prima di procedere nel lavoro ed anticipandone alcune conclusioni, la identificazione del bene culturale al fine di meglio comprendere quanto si va ad esporre.

Il bene, nella sua accezione materiale, è ogni cosa idonea a soddisfare i bisogni dell’uomo (cit. Treccani), mentre, nella sua accezione economica, può essere  definito  come  qualsiasi  mezzo,  come  sopra  descritto,  di  cui  vi  sia disponibilità relativamente limitata e sia quindi suscettibile di avere un prezzo.

Il bene, nella sua accezione giuridica, invece sono “le cose che possono formare oggetto di diritto” (art. 810 c.c.).

Il principale diritto di cui possono essere oggetto le cose è il diritto di proprietà ossia il diritto di disporre della cosa in qualunque modo ed in via esclusiva.

L’espressione “bene culturale” ha debuttato nella seconda metà degli anni ‘60 nell’ambito del lavoro della “Commissione Franceschini” del 1964 e successivamente della “Commissione Papalardo” del 1968, entrambe istituite su proposta del Ministero della pubblica istruzione i cui lavori portarono ad uno schema di d.d.l.. sulla “Tutela e valorizzazione dei beni culturali” dove il bene culturale è “tutto ciò che costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà”.

Ciò era avvenuto in seguito alla ratifica  di  documenti internazionali come la Convenzione del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, la Convenzione del 1972 per la protezione mondiale culturale e naturale, la Convenzione del 1970 per vietare ed impedire ogni illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà riguardante i beni culturali.

Di maggior uso, nell’ambito della legislazione nazionale, è il termine di patrimonio storico, artistico e culturale.

Il dibattito sul concetto di bene culturale e del suo uso nell’ambito della legislazione domestica è assai vasto e non può dirsi del tutto concluso.

Il novello Codice dei beni culturali e del paesaggio, varato con il D.lgs. 22/01/2004 n° 42 (di seguito brevemente indicato come Codice) all’art. 2 stabilisce che “Sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà”.

Questa definizione, che possiamo considerare una definizione di massima, sarà poi ulteriormente dettagliata nei successivi articoli del Codice Urbani, come avremo modo di vedere nel prosieguo del lavoro.

La necessità di procedere ad una elencazione dei beni culturali coperti dalla disciplina del codice, ammettendo la difficoltà di giungere ad una definizione “aperta” del bene tutelato, denuncia lo spinoso dibattito che da sempre accompagna il tentativo di definire in modo compiuto il concetto di bene culturale che, nella sua evoluzione, risente dello sviluppo e della sensibilità del tempo a cui si rapporta.

Detti beni dunque, che con i beni ambientali costituiscono il patrimonio culturale, sono oggetto della tutela – quale complesso di funzioni ed attività facenti capo a plurimi soggetti – approntata dal medesimo codice con lo scopo “di individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione” (art.3 Cod.).

Gli scopi cui tende tutta la disciplina del bene culturale sono quelli indicati nella nostra Carta Costituzionale che, unica in Europa, riserva una esplicita norma al riguardo nell’art. 9 di cui ci andiamo ad occupare.